Programma

8 Aprile 2022 alle 16:00

Quando si dà un documento? Una prospettiva semiotica

Rayco Gonzalez

Rayco Gonzalez

Docente di Semiotica

Università di Burgos

Rayco González insegna all’Università di Burgos. I suoi principali lavori si concentrano sulla semiotica e la semiotica della cultura. Tra gli altri argomenti, ha scritto su fumetti, serie TV, comunicazione politica e sospetto.

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Email: raycogg@ubu.es

Abstract

A partire dalla critica sviluppata da diverse prospettive storiografiche nel XX secolo, non è più strano dire che qualsiasi cosa può servire come documento. Nel campo della documentazione, le definizioni classiche di documento di Paul Otlet e Suzanne Briet, per esempio, vanno nella stessa direzione

Un punto di vista di questo genere mette in luce la dimensione eminentemente pragmatica del documento, poiché questo concetto implicherebbe un contratto di lettura di testi e oggetti da considerare come depositari di una memoria. In altre parole, è l’osservatore che adotta un atteggiamento documentario nei confronti degli oggetti che gli consente di accedere a una conoscenza diversa da quella trasmessa da essi in prima istanza. 

In questo modo, sia un paesaggio che un romanzo possono essere usati come documenti per ricostruire un evento o le forme comportamentali di un periodo storico, spostando tali oggetti dalla loro funzione culturale originale. Di conseguenza, se qualcosa è un documento o no non dipende da una definizione essenzialista ma dalla sua funzione rispetto al tipo di conoscenza che si vuole ottenere. 

Applicando strumenti semiotici a diversi esempi, proporrò una tipologia delle quattro possibili funzioni documentarie: narrativa, referenziale, sistemica e rivelatrice.

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5 Maggio 2022 alle 16:00

La collina dei leoni: dal senso all’esperienza

Dario Mangano

Dario Mangano

Docente di Semiotica

Università degli Studi di Palermo

è professore ordinario di Semiotica all’Università di Palermo. Insegna Semiotica e Semiotica del Brand nei corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione e Semiotica nel corso di Disegno industriale. È presidente dell’Associazione Italiana Studi Semiotici (AISS). Nella stessa università dirige inoltre il Laboratorio di Comunicazione del Dipartimento Culture e Società. Ha pubblicato diversi libri e articoli fra cui Ikea e altre semiosfere (Mimesis, 2019), Che cos’è la semiotica della fotografia (Carocci, 2018) Che cos’è il food design (Carocci, 2014), Semiotica e design (Carocci, 2008). Ha curato Politiche del design di Bruno Latour insieme a Ilaria Ventura Bordenca (Mimesis 2021) e curato e tradotto in italiano Dal principiante all’esperto di Hubert Dreyfus (Sossella, 2021).

Abstract

L’archeologia, nella sua vulgata, è fatta di reperti. Artefatti materiali che dovrebbero rimandare alla società che li ha realizzati, muti testimoni in grado, almeno per gli specialisti, di significare un intero sistema di vita. Troppo spesso, tuttavia, tali testimoni materiali finiscono per avere un senso diverso per i contemporanei. È l’archeologia-spettacolo delle mummie, dei tesori e delle maestose architetture davanti alle quali la meraviglia si lega a valori affatto contemporanei come quello economico o tecnico. Questa archeologia funziona. È affascinante, crea reddito e intorno a essa nascono mostre e musei. Opere spesso ardite, realizzate da star del design che, con il loro nome, aggiungono un valore ulteriore all’operazione. Quando tutto questo accade è facile che si finisca per dimenticare la vera ragione di qualunque scavo archeologico: imparare qualcosa sul nostro passato per capire il nostro presente. Lo sguardo dell’archeologia, quando è intesa bene, è sempre strabico: con un occhio guarda al passato, ma con l’altro al presente, se non addirittura al futuro.

Cosa accade quando uno scavo offre pochi reperti spettacolari e molte informazioni sul nostro presente e sul futuro? Come è possibile rendere appetibile per il grande pubblico un museo che esce fuori dai normali criteri di spettacolarità? Ma soprattutto, in tempo di crisi, come convincere gli investitori che è possibile generare profitto da un’impresa che non ricalca ciò cui sono abituati? L’unico modo per farlo è ripartire dai reperti, dal loro senso, che prima di ogni cosa è dato dalle storie che sono in grado di raccontare. La narrazione si configura come la base del valore per così dire “assoluto” del reperto, ma anche come l’origine della sua valenza per la contemporaneità e dunque dell’efficacia di qualunque operazione di divulgazione.

Il nostro intervento mostrerà, a partire dall’analisi del caso del sito archeologico di Arslantepe in Turchia (letteralmente “la collina dei leoni”), oggetto di uno dei Grandi Scavi dell’Università di Roma La Sapienza, in che modo la semiotica possa avere un ruolo decisivo nella costruzione dell’esperienza di fruizione di un sito preistorico. 

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26 Maggio 2022 alle 16:00

Eredità difficili. I musei di mafia

Carlo Andrea Tassinari

Carlo Andrea Tassinari

Dottorando

Università degli Studi di Palermo

Carlo Andrea Tassinari è dottore di ricerca in Scienze del linguaggio all'Università di Tolosa e conduce una nuova ricerca dottorale sul discorso antimafia nell'ambito del dottorato in Patrimonio culturale dell'Università di Palermo. Ha insegnato semiotica e comunicazione alle università di Tolosa, Bologna e Palermo. Scrive per riviste sscientifiche di semiotica e italianistica, tra cui Actes sémiotiques, E/C, Lexia, Todomodo, e ha co-curato il volume Dendrolatrie. Miti e pratiche dell'immaginario arboreo (Edizioni Museo Pasuqalino 2021).

Abstract

Pomian diceva che il patrimonio culturale non è costituito da cose, ma da "semiofori", cioè "portatori di segni".

Cosa Nostra esiste nella nostra società anche per i segni che lascia nella memoria mediatica, nel discorso politico, nel militantismo antimafia. Quali di questi segni scegliamo di raccontare pensandoli e ricodificandoli come un'eredità da trasmettere? In che modo i musei di mafia si fanno portatori di questo progetto? Scegliendo di ereditare quale memoria, di chi, perché? E come si collocano nello spazio urbano e sociale, differenziandosi dalla città e da altri agenti di memoria? In questa comunicazione metteremo a confronto il museo della mafia di Salemi con il più recente No mafia memorial di Palermo, cercando di comprendere la rete di posizioni in cui la difficile eredità del museo di mafia può collocarsi.

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17 Giugno 2022 alle 16:00

Ereditare una vigna

Francesco Mangiapane

Francesco Mangiapane

Docente di Semiotica

Università degli Studi di Palermo

Francesco Mangiapane è ricercatore in semiotica presso l’università di Palermo. Si occupa di Sociosemiotica della cultura e dell’alimentazione. Nella sua attività di ricerca, oltre al problema del rapporto fra cibo ed identità culturale, ha approfondito le questioni legate all’identità visiva e al brand, all’analisi delle interazioni sui social media e in rete, alle rappresentazioni mediatiche nel cinema e nei cartoni animati.

Abstract

Fare vino è un'attività collegata alla terra, che si eredita, passando di padre in figlio.

In questi anni di riscoperta del valore antropologico e simbolico dell'alimentazione, sui media si è sviluppato un vero e proprio discorso intorno al vino che ha chiamato in causa anche la vigna, il suo valore gastronomico, esistenziale e antropologico. In quello che si può definire come un vero e proprio nuovo genere cinematografico – il cinema culinario – il vino gioca, infatti, un ruolo essenziale, raccontando storie di personaggi impegnati in un viaggio all'indietro attraverso i territori delle loro origini, i luoghi di campagna in cui vino si produce.

Un tale itinerario appare subito problematico, chiamando questi personaggi a fare i conti con la loro identità più profonda, un'identità atavica ma annebbiata, dimenticata, lungo la strada. Molto spesso i protagonisti di questi film, apparentemente felici nella loro vita in città, vengono riportati indietro nel tempo dalla notizia della morte di un parente che lascia loro la vigna in eredità. Essi inaspettatamente si ritrovano a dover fare i conti con un enorme patrimonio economico e simbolico, che li mette in crisi, ponendo loro il problema di scegliere chi voler essere.

Riattivare la memoria della loro vita, affrontare una volta e per tutte i fantasmi del passato, appare a questi personaggi come una prospettiva praticabile per ritrovare se stessi e un orizzonte di vita più equilibrata ed autentica, caratterizzata dal fatto di costituirsi in continuità fra le generazioni.

Queste storie verranno interrogate alla ricerca di una teoria generale dell'eredità.

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1 Luglio 2022 alle 16:00

Lasciare rifiuti. La scoria radioattiva come (anti-) patrimonio.

Francesco Mazzucchelli

Francesco Mazzucchelli

Docente di Semiotica

Università degli Studi di Bologna

Francesco Mazzucchelli è ricercatore presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione, dove dirige TraMe, Centro di studi semiotici sulla memoria. I suoi interessi di ricerca ruotano principalmente attorno alle questioni della memoria culturale (come si costruisce, trasmette e distrugge).

Abstract

Non tutte le eredità sono semplici da accettare, o da lasciare. La scoria radioattiva (ancor meglio quella ad alta radioattività) rientra nella casistica. I semiotici conoscono bene il problema e tanti, da Sebeok a Paolo Fabbri e Francoise Bastide, se ne sono occupati, provando ad escogitare le più visionarie soluzioni (ricordate il ‘gatto radioattivo?) per significare la pericolosità dei depositi di rifiuti nucleari ai (possibilmente ignari) pronipoti del lontano futuro.
E se il problema – semiotico, in ogni caso – non riguardasse più la possibilità di far viaggiare un messaggio di pericolo per decine di migliaia di anni, ma avesse invece a che fare con certe qualità semiotiche di questo maussiano ‘anti-dono’ e delle sintassi comunicative del suo trasferimento intergenerazionale? Il mio intervento rileggerà la questione in quest’ottica, nell’ipotesi che guardare la scoria (oggetto comunque semioticamente interessante) come se fosse un anti-patrimonio culturale possa svelare, in negativo, alcuni meccanismi semiotici dei processi di invenzione, riconoscimento e disconoscimento di quella cosa che oggi chiamiamo patrimonio culturale.

30 Settembre 2022 alle 16:00

Ereditare la semiotica, semiotizzare l’eredità

Gianfranco Marrone

Gianfranco Marrone

Presidente del Circolo Semiologico Siciliano

Università degli Studi di Palermo

Gianfranco Marrone, saggista e scrittore, è il presidente del Circolo Semiologico Siciliano.
È professore ordinario di Semiotica nell'Università di Palermo. Ha tenuto corsi, fra le altre, nelle università di Bologna, Bogotà, IULM, Jyväskylä, Limoges, Meknès, Pollenzo, São Paulo. Dirige il Centro internazionale di scienze semiotiche di Urbino e la rivista “E/C” (www.ec-aiss.it). E' Presidente del Circolo semiologico siciliano. Giornalista pubblicista, collabora a "Tuttolibri" de "La Stampa", "Repubblica - Palermo", "doppiozero" e altre testate. Tiene una rubrica intitolata "Punto" nell'ultima pagina del magazine "Il Gattopardo". Fa parte del Comitato scientifico delle riviste Versus, Carte semiotiche, Lexia, Actes Sémiotiques, Ocula, LId'O. Dirige la collana "Insegne" presso l'editore Mimesis di Milano, i Nuovi Quaderni del Circolo semiologivo siciliano, nonché, con I. Pezzini, la "Biblioteca di Semiotica" presso Meltemi. Svolge ricerche qualitative sulla comunicazione di brand per enti pubblici e aziende private.

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Website: www.gianfrancomarrone.it

Abstract

14 Ottobre 2022 alle 16:00

Il diagramma e la piega. Spazio, memoria e costruzione dei valori in un pellegrinaggio giapponese contemporaneo

Tatsuma Padoan

Tatsuma Padoan

Docente di Semiotica

Università di Cork

Tatsuma Padoan, semiologo e antropologo, è Lecturer (Assistant Professor) in Religioni dell’Asia Orientale presso il Dipartimento di Studi sulle Religioni della University College Cork, e collabora come Research Fellow presso la SOAS University of London. Si occupa dello studio di fenomeni religiosi contemporanei, in particolare il pellegrinaggio, l’ascetismo, la categoria di rituale e la possessione, e della relazione tra semiotica, etnografia e scienze sociali, in riferimento anche alle politiche dello spazio urbano e alle pratiche di design. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “Recalcitrant Interactions: Semiotic Reflections on Fieldwork among Mountain Ascetics” (Acta Semiotica 1, 2, 2021); e “On the Semiotics of Space in the Study of Religions: Theoretical Perspectives and Methodological Challenges” (in T.-A. Põder, J. Van Boom, a cura, Sign, Method, and the Sacred:  New Directions in Semiotic Methodologies for the Study of Religion, De Gruyter, Berlino e Boston 2021).

Abstract

Oramai da diversi anni, l’interesse per la categoria dello heritage, in concomitanza con slittamenti storico-politici ed economici a livello globale, ha contribuito a orientare il dibattito internazionale e le politiche locali verso ciò che è stato definito un vero e proprio memory boom (Berliner 2005). Al centro di tale proliferazione di discorsi sulla memoria collettiva, troviamo una crescente preoccupazione per il “passato”, visto come eredità intrisa di valore da preservare e commemorare, persino quando ha a che fare con capitoli particolarmente umilianti e dolorosi della storia di un gruppo, o di una nazione. È precisamente qui che si articola il nesso tra spazio, identità e costruzione di valori, in cui la valorizzazione del territorio di una collettività socio-culturale non può prescindere dalla costruzione della sua identità, attraverso strategie semiotiche e antropologiche che giocano sul ricordo e la dimenticanza (Augé 1998). In questo intervento, tenterò di tracciare il diagramma o percorso che porta dallo spazio alla costruzione dei valori, percorrendo il passaggio strettissimo e impervio che si apre tra memoria e oblio, passaggio che prende, come scopriremo, la forma di una piega. Vedremo come tale diagramma o percorso sia già stato tracciato da un gruppo di pellegrini asceti del Giappone centrale, nella regione montuosa di Katsuragi, dove dopo un periodo di oblio forzato sino al dopoguerra, si sta cercando di riportare in vita un antico pellegrinaggio, che lungo 120km collega “ventotto logge” (nijūhasshuku) dedicate al Sutra del Loto. Si analizzerà come la costruzione di valori proceda, per questi pellegrini, attraverso atti di enunciazione rituale che mettono in presupposizione reciproca una macchina semiotica (spazio e linguaggio sacri) con una macchina sociale (concatenamenti di attori umani e non-umani), creando pieghe di soggettività all’interno del territorio stesso, in corrispondenza delle ventotto stazioni. Cercheremo di dimostrare, infine, non solo il ruolo delle strategie di memoria nel creare tali pieghe, ma anche l’importanza generale delle nozioni deleuziane di diagramma e piega per comprendere le relazioni semiotiche tra cultura e territorio.

28 Ottobre 2022 alle 16:00

Di chi è la Gioconda? Sensi della proprietà

Tiziana Migliore

Tiziana Migliore

Docente di Semiotica

Università degli Studi di Urbino

Tiziana Migliore è professoressa associata di Semiotica all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” e segretario scientifico del Centro Internazionale di Scienze Semiotiche “Umberto Eco” che vi ha sede. Vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva (AISV-IAVS), ha pubblicato le monografie Miroglifici (2011), Biennale di Venezia (2012), I sensi del visibile (2018), molti volumi collettanei e più di ottanta articoli scientifici italiani e internazionali (inglese, francese, spagnolo, russo, lituano).

Abstract

La Gioconda è un “esperimento di pensiero” per indagare valori e valenze dell'eredità culturale, per riflettere sul suo carattere “proliferante” e indagarne le sfaccettature fra dimensioni pubblica e privata e fra immanenza e trascendenza. Nella sua trasformazione storica e narrativa, da testo artistico a mito universale, la Monna Lisa – originale, riproduzioni e artificazioni – è diventata infatti espressione di almeno quattro sensi della proprietà e sentimenti di appartenenza: legale, paterna, identitaria e simbolica. Il modo oscillante in cui ciascuno di questi sensi si è dispiegato nel tempo è segno che l'ereditare, almeno nella cultura, sfugge alla detenzione possessiva e trova ragion d'essere, con acquisti e perdite, nella diatesi transitiva e partecipativa del tramandare.

15 Novembre 2022 alle 16:00

Ereditare la cucina. Verso una tipologia

Davide Puca

Davide Puca

Dottore di ricerca

Università degli Studi di Palermo

Abstract

27 Novembre 2022 alle 16:00

Le strane eredità delle statue presenti, abbattute o rialzate

Franciscu Sedda

Franciscu Sedda

Docente di Semiotica

Università degli Studi di Cagliari

Franciscu Sedda è professore associato di Semiotica presso l’Università degli Studi di Cagliari. È stato visiting professor presso la Harvard University e la Pontificia Universidade di São Paulo, nonché vicepresidente dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici. È attualmente segretario generale della Società di Filosofia del Linguaggio, dirige il seminario "Reprogramming Culture: Communication and Protest" organizzato dalle università di Cagliari e Potsdam nel quadro del progetto europeo EDUC, è collaboratore de L'Unione Sarda, il principale quotidiano sardo. Si occupa di semiotica delle culture. Fra i suoi lavori: Tradurre la tradizione. Sardegna: su ballu, i corpi, la cultura (Roma 2003 e Milano 2019), Imperfette traduzioni. Semiopolitica delle culture (Roma 2012). Fra le sue curatele: Glocal. Sul presente a venire (a cura di, Roma 2005), Isole. Un arcipelago semiotico (Milano 2019). Ha curato i volumi di Juri M. Lotman, Tesi per una semiotica delle culture (Roma 2006), Retorica (Roma 2021), La semiosfera (Milano 2022, con S. Salvestroni). Fra i suoi principali interessi attuali lo studio del populismo digitale e delle forme dell'imprevedibile.  

Abstract

L’ondata iconoclasta che ha attraversato l’occidente prima della pandemia, può essere pensata in quanto snodo traduttivo di altre configurazioni, altre pratiche, altre significazioni. In tal senso essa sensibilizza il nostro sguardo a cogliere i cambiamenti nella forma dello spazio e del tempo propria ad alcune delle soggettività contemporanee, in particolare quelle giovanili, la cui sensibilità è modellata da arti effimere e dal peso dell'emergenza climatica. 

Questa sensibilizzazione può farci percepire nell’iconoclastia nostrana qualcosa di più di un puro e semplice conflitto fra prospettive memoriali: il paradossale rapporto fra l’iconoclasta e il culto del sapere, il modo in cui lo spazio pubblico si faccia frustrante per indifferenza alla memoria, la forma propria di un tempo basato su un passato posteriore, un passato che il gesto iconoclasta proietta nel futuro.

6 Dicembre 2022 alle 16:00

Memorie di famiglia. Eredità, trauma e riscrittura del passato

Mario Panico

Mario Panico

Assegnista di ricerca

Università degli Studi di Bologna

Mario Panico è assegnista di ricerca in Semiotica della Cultura e Memory Studies. Insegna Semiotica visiva all'Istituto Europeo di Design – IED di Roma e si occupa di temi connessi alla semiotica della memoria e alla rappresentazione del passato traumatico e nostalgico. Attualmente sto conducendo una ricerca sulle testualizzazioni artistiche delle memorie dei figli, figlie e nipoti dei perpetratori e dei collaborazionisti delle dittature europee.

Abstract

Le memorie di famiglia sono delicate e contraddittorie, tengono insieme eventi positivi e traumatici, si pongono sul crinale che separa il privato dal pubblico e strutturano – inventano o condizionano – identità nazionali. Oltre ad essere trasmesse in forma orale, questi ricordi sono fortemente connessi ad oggetti materiali, di varia natura e dimensione, che vengono semiotizzati come parte fondamentale della storia di famiglia, diventando patrimonio, eredità da difendere e tramandare. Per questi e altri motivi, nell’ambito degli studi sul patrimonio, il tema della memoria di famiglia sta assumendo un ruolo sempre più centrale.

Nel mio contributo mi occupo di questi aspetti guardando alle famiglie legate a traumi collettivi (guerre, genocidi, attentati), focalizzando principalmente l’attenzione sulle modalità di riscrittura e rivalorizzazione dell’eredità e del patrimonio, attraverso lo sguardo delle generazioni successive all’evento doloroso. In particolare, mi occupo di testi prodotti da figli e nipoti di persone coinvolte a vario titolo in un trauma collettivo (in quanto vittime, collaborazionisti o perpetratori) attraverso i quali viene ridefinita e tradita la storia della famiglia, tematizzando questioni come la responsabilità, il perdono, la riconciliazione. Oltre a sfidare il silenzio di famiglia che spesso caratterizza contesti post-traumatici, questi testi permettono anche di scrutare le dinamiche culturali e i discorsi che definiscono la trasmissione nazionale del trauma: i sistemi di autorappresentazione e preservazione, l’esclusività, il senso di appartenenza, la difesa della tradizione e dell’unità. 

16 Dicembre 2022 alle 16:00

Il tempo del ghiaccio. Archivi, natura e memoria

Valeria Burgio

Valeria Burgio

Docente di Semiotica

Università Ca' Foscari di Venezia

Valeria Burgio insegna Communication and Visual Design alla Ca’ Foscari School for International Education. Per sei anni è stata ricercatrice alla Libera Università di Bolzano, dove ha insegnato Visual Culture e Teorie e Linguaggi della Comunicazione Visiva alla facoltà di Design e Arti, e ha svolto attività di ricerca nel campo delle teorie del design della comunicazione. Laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna, ha un dottorato in Teorie delle Arti e del Design all’Università Iuav di Venezia. È stata ricercatrice postdoc all’EHESS/CNRS a Parigi e allo Iuav di Venezia. È autrice del libro Rumore Visivo. Semiotica e critica dell’infografica (Mimesis 2021) e di William Kentridge (Postmedia Books 2013). Ha co-curato il libro e il progetto Europa Dreaming. Yearning for Europe from the Brenner Pass (Bolzano University Press, 2019).

Abstract

Da una parte oggetti tecnici e dispositivi narrativi, dall’altra frutto della lenta iscrizione dell’aria e dell’acqua su un supporto che si autoconserva in condizioni climatiche idonee, le carote di ghiaccio sono interfacce comunicative attraverso cui la disposizione stratificata degli elementi racconta la storia della terra. Archivi naturali, frutto dell’estrazione da un substrato pre-esistente, questi dispositivi diventano reperti e parte di un percorso e di un racconto museale. In quanto tali, raccontano la relazione tra il tempo dell’uomo e il tempo della terra. Per farlo, applicano griglie interpretative basate sull’umano, basate sulla logica dell’evento e sulla proiezione del tempo storico sul tempo geologico.

Estrapolate a forza da un territorio specifico e trasportate in luoghi dove necessitano di sforzi umani organizzati per essere crio-conservate ed espletare la loro funzione comunicativa, le carote di ghiaccio partecipano di una logica estrattiva che usa l’idea di patrimonio naturale come ideologia antropocentrica – l’idea che la natura sia destinante e agente, l’uomo destinatario ed erede di tutte le risorse del mondo. Nel frattempo però, la relazione tra l’uomo e questi dispositivi opera nel campo della conservazione e non dello sfruttamento, dando voce umana alle memorie stratificate della terra.